Un equivoco nella discussione sul Rubygate


berluscaepupe-copiaDi seguito l’intervento di Vittoria Franco pubblicato su EUROPA quotidiano venerdì 11 febbraio 2011

L’equivoco della libertà
Un equivoco si aggira nella discussione sul Rubygate che coinvolge il presidente del consiglio della repubblica italiana. Un doppio equivoco, in realtà. Quello che punta a far credere che siano da condannare soprattutto le ragazze che fanno un uso spregiudicato del loro corpo, «che sembrano emancipate fino al punto di sfruttare il loro anfitrione più che farsene sfruttare» (Polito sul Corriere della Sera); gli uomini – anche quelli potenti – sarebbero dunque soprattutto vittime. Poi c’è quello che chiamo l’”equivoco della libertà femminile”.
Sono due problemi distinti, che non possono essere confusi. È evidente che ognuno risponde del proprio comportamento, se questo è consapevolmente e liberamente scelto. Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa; parliamo di un uomo con un ruolo pubblico di primo piano che promuove e alimenta un giro infinito di ragazze e di procacciatori di giovani donne, anche minorenni, per il suo piacere.
Sono ragazze mantenute e ricompensate con ingenti somme di denaro, case, gioielli e con posizioni pubbliche, cioè con seggi in parlamento, nei consigli regionali, provinciali. Fa un uso privato delle istituzioni pubbliche. Commette dei reati, oltre che contravvenire a regole minime di etica pubblica e al dettato della nostra Costituzione.
Dunque, è l’uso che lui e altri maschi di potere fanno dei corpi femminili che è sotto accusa. È il fatto che un capo di governo indica alle giovani la via della prostituzione come strumento di scalata sociale ed economica. Questo non è rispetto della libertà di queste ragazze, ma è una diversa forma di assoggettamento, di uso del corpo come merce per soddisfare un inebriante senso di onnipotenza maschile.
È sotto accusa un sistema mediatico che punta sulla bellezza, sul successo facile, sul diventare famose a tutti i costi, anche a costo di prostituirsi, di stare nude e mute sulla scena. Un sistema subdolo che ha una potenza di condizionamento delle coscienze e dei comportamenti come mai finora. Non c’entra nulla la libertà femminile, che è la più grande e importante conquista nella storia delle donne. La libertà è possibilità di decidere, di scegliere, di esprimere desideri, di poter realizzare i propri progetti di vita. È quella che si incrocia coi sentimenti e non è solo frutto di calcolo cinico.
Libertà è responsabilità verso se stesse e verso gli altri, quella capace anche di porsi dei limiti. Libertà è capacità di decisione autonoma. È il contrario del conformismo, dell’essere tutte uguali anche nel corpo, anche a costo di ricorrere al bisturi ancora teen ager, dell’accorrere a provini per programmi orribili nei quali si alimenta violenza e competizione sulle cose più stupide e insignificanti.
Qualcuno – e mi dispiace che via sia anche qualche donna, chiamata evidentemente a difendere il capo sempre e comunque – è arrivato a dire che all’origine del degrado vi è il famigerato ’68 (parliamo di mezzo secolo fa!). Così anche Berlusconi starebbe godendo di quella stagione prodigiosa di liberazione delle donne. Che idiozia! Il femminismo storico ha fatto la sua parte, ha realizzato conquiste di cui godono anche le giovani.
Ma le cose cambiano. E oggi i modelli prevalenti sono regressivi perché inducono al conformismo e all’apparire anziché all’essere. È difficile resistere a questo modello che promette la felicità, ma è responsabilità di tutte e di tutti creare antidoti validi; ad esempio, il richiamo al valore della dignità della persona umana femminile.
Questo è il senso profondo della grande manifestazione del 13 febbraio in tutta Italia.
Vittoria Franco

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